Tecnocrazia, guerra, prospettive radicali
(ultimo aggiornamento MARZO 2026)
Sintesi breve
Nel dispiegarsi dei paradigmi dominanti hanno avuto un peso decisivo i miti del progresso e delle tecnoscienze. Fondativo è il legame delle tecnoscienze con l’organizzazione gerarchica, l’ingegneria sociale, lo sviluppo militare e le applicazioni duali. Le magie tecnologiche hanno favorito il compromesso accettato dalle classi medie tra garanzia di sicurezza, comfort, illusione di micro-potere, status sociale e manipolazione per ottenere il consenso. La propaganda morale dell’efficienza tecnica pretende di risolvere problemi creati da precedenti tecnologie, amplificando sempre più le devastazioni e nascondendo le responsabilità. L’espropriazione tecno-capitalista è arrivata ad aggredire i limiti esistenziali e biologici dell’essere umano e delle altre forme di vita, ben al di là dell’attacco alle classi sfruttate, che comunque si allarga. I presupposti epistemologici della scienza moderna (meccanicismo, riduzionismo, ecc.) vanno per lo più rivoltati.
Le crescenti devastazioni ecologiche prodotte dall’industrializzazione generano effetti caotici e sistemici di lungo periodo che condizionano pesantemente le dinamiche già in crisi del tecno-capitalismo. La loro gravità e cogenza sarà sempre maggiore. Non potendo risolverle realmente, i sistemi di dominio preferiscono concentrarsi su esigenze più immediate. Impostarle a proprio favore è comunque fondamentale per i tecno-capitalisti che guardano agli scenari futuri. Il tema della sostenibilità ambientale sta traslando nelle esigenze di sicurezza globale militare. Invitiamo a non sottovalutare l’importanza delle questioni ecologiche e a inquadrarle correttamente, al di là dei passaggi di fase. L’approccio logicista all’ecologia si è sposato con quello deleterio dell’economia politica, influenzando pesantemente le mutazioni antropologiche degli ultimi secoli. Molte questioni ecologiche fondamentali vengono offuscate e manipolate dal mainstream. Tutte sono tra loro strettamente interdipendenti in modo complesso e causate dal modello di sviluppo industriale e gerarchico La più importante è la perdita diffusa degli equilibri ecosistemici e della biodiversità. Ciò mette a rischio la sussistenza umana in vaste aree. Nella questione climatica il racconto del potere oscura il ruolo determinante della regolazione idro-biologica, riducendo tutto ad alcune emissioni di gas a effetto serra. Mentre invece il vapore acqueo, principale gas serra, e l’alterazione dei grandi cicli idrici planetari vengono nascosti. Ne conseguono soluzioni solo tecnologiche e finanziarie per una impossibile “decarbonizzazione” dell’industria, traendone profitti e maggior controllo. Tra i fattori principali della regolazione biologica dei grandi cicli idrici e del bilancio energetico terrestre vi sono gli ecosistemi forestali maturi. Questi erano di dimensioni enormemente maggiori e sono stati via via gravemente danneggiati ovunque. La strumentalizzazione tecnocapitalista si concentra quasi solo sulle emissioni serra antropogeniche perché con l’emergenzialismo catastrofista riesce a drenare finanziamenti per soluzioni uniformate e redditizie. Al contempo l’attuale sovrappopolazione è primariamente un prodotto di gerarchia, industrializzazione e delle disuguaglianze che hanno creato. Ciò ha seriamente intaccato la rigenerazione degli equilibri biofisici dinamici. Soprattutto per il propagarsi di strutture di potere e poi per la densità di popolazione ricca nel Nord globale, che genera elevati consumi e alterazioni ambientali.
Il tecnocapitalismo cerca di rifuggire le proprie crisi anche con le transizioni dei sistemi industriali ed energetici su cui si basa. La green economy è una delle maschere assunte, cui si associa una fazione di interessi. È piuttosto grave che i movimenti “climatici” vi contribuiscano. Quella che viene spacciata per “transizione ecologica” fa parte della quarta rivoluzione industriale in cui convergono fonti energetiche addizionali, cibernetica digitale, biotech, nanotech, neuropsicologia comportamentale, dual use militare. Confluenza per cui sono fondamentali l’elettrificazione, la digitalizzazione e la cablatura connettiva. Gli stessi processi che ci hanno finora venduto come “ecologici”. Enormi sono i paradossali effetti negativi di “rimbalzo” generati dall’aumento dell’efficienza, che sinora aveva ridotto i costi e aumentato consumi e impatti negativi. Fino a scontrarsi con i limiti biofisici e sociali. Alla base profonda delle crisi di valorizzazione e trasformazione del dominio tecno-capitalista c’è il progressivo esaurirsi dei ritorni energetici sugli investimenti nelle estrazioni delle risorse. Ciò causa picchi storici delle produttività industriali, che ormai sono in declino. Non si ottengono più guadagni di efficienza significativi. Con le crisi dei prezzi dei derivati fossili, alcune fazioni tecnocapitaliste spingono per aumentare gli investimenti in “rinnovabili” ed elettrificazione, propagandate come fattore di sicurezza e indipendenza strategica. La green economy non sparisce, si reintegra nei nuovi scenari di crisi. È la stessa illusione riformista di “transizione” energetica a essere guasta all’origine, poiché non è mai successo e mai potrà succedere. In quanto il sistema industriale non può auto sostenersi e funziona solo in modo esponenziale e dissipativo. La produzione “rinnovabile” su grande scala ha un inferiore densità energetica rispetto alle fonti fossili. Non può da sola garantire i maggiori livelli di consumo richiesti dalla rivoluzione industriale 4.0. Le tecno-soluzioni green producono impatti paragonabili a quelli delle fonti fossili, solo un po’ più delocalizzati. Oltre alle risorse minerarie strategiche e ai loro impianti di lavorazione, anche le filiere delle “rinnovabili” (costruite con energia da carbone) sono per lo più controllate dal dominio cinese in ascesa. Lo scontro con l’imperialismo americano, basato su petrolio e gas, avviene anche nel campo energetico. Nonostante l’apparente ritirata della “transizione ecologica”, la realtà sui territori è un proliferare continuo di nuovi progetti green sempre più invasivi.
Il tecno-capitalismo si è appropriato della narrativa ambientale catastrofista con le modalità emergenziali di affrontare i problemi che genera, millanta o lascia a marcire. Così anche “crisi climatica” è un’espressione melliflua e fuorviante, interna alla logica del nemico. Le crisi di valorizzazione e del debito creano masse eccedenti di cui i sistemi di tecno-dominio cercano di liberarsi. Per provare a mantenere il controllo sul caos sociale e ambientale attuano modelli di gestione sempre più eco-autoritari basati sul disciplinamento, la colpevolizzazione individuale, la dipendenza dal centro, l’esclusione e la guerra. La crescente influenza delle devastazioni fa assurgere le gestione eco-autoritaria e tecnocratica delle società a paradigma molto più generale. Quello tecno-autoritario diventa per i domini l’unico modo obbligato di affrontare i rischi che minacciano la loro presa su risorse, territori e società. I progetti distopici riguardano le città (smart city) ma anche i territori esterni (agricoltura green 4.0). Al centro vi è la smaterializzazione dello spazio politico pubblico, sostituito da una gestione cibernetica, pseudo-etica, programmata sull’ideologia del dominio. Il controllo organico delle menti è un obiettivo praticabile dal tecno-capitalismo. L’unica ipotetica mitigazione alle devastazioni, che sia biofisicamente efficace, dovrebbe essere un calo globale, drastico e rapidissimo delle produzioni industriali, con l’azzeramento di tutte le gerarchie. È altresì ipotizzabile la proliferazione globale di punti di rottura a strappi con importanti guerre regionali, commerciali e ibride, migrazioni di massa, epidemie, disordini e guerre civili, black out elettrici e informatici, eventi meteo estremi e sconvolgimenti ambientali di lungo periodo. Non è detto che tutti i progetti distopici in atto o in cantiere vadano effettivamente in porto come li immaginano i tecno-capitalisti. Le condizioni di contesto per loro favorevoli vanno a degradarsi progressivamente e penseranno soprattutto a difendere sistemi circoscritti di controllo e credenza.
La tendenza sociale complessiva è ora di militarizzazione crescente, conformismo e inasprimento della repressione, anche contro l’espressione d’opinione. Fenomeni che peggiorano, ma giungono da lontano e da tutte le parti politiche istituzionali. Nel frattempo si aggravano le devastazioni, con farseschi vertici internazionali e politiche ambientali dannose. È una sconfitta storica dell’ambientalismo che risulta per lo più ininfluente se non funzionale ai domini o preso come capro espiatorio per le vessazioni degli sfruttati. L’organizzazione dei movimenti “climatici”, i loro rapporti, gli orizzonti che si danno sono intrisi, più o meno consapevolmente, di riformismo, accademismo, settorializzazione, aziendalismo, gerarchia, spettacolarizzazione, ipocrisia, collaborazionismo con le istituzioni e distanza dal tessuto popolare. Il caso dei movimenti “climatici” è paradigmatico dell’inadeguatezza dell’area maggioritaria degli odierni movimenti sociali. Essi colmano con alternative tecnologiche e di mercato l’impossibilità di affrontare dentro il medesimo sistema le cause che generano vulnerabilità e identitarismo, confondendo le priorità di lotta. Tratto comune è anche il non vedere che destra e sinistra convergono sul tecno-fascismo. Viene da chiedersi se non stiano dirottando le lotte.
Il progressivo deteriorarsi della civilizzazione industriale è l’orizzonte storico da tenere in primaria considerazione per qualsiasi sensata lotta radicale. La catastrofe non è un singolo evento, ma un processo di devastazione in cui siamo già da tempo immersi e che accelera. Bisogna attrezzarsi collettivamente quanto prima per forme di vita fuori da tecnocrazia, istituzioni, proprietà, legge, denaro e mercato. Nel contesto occidentale sembra che fin quando non ci saranno maggiori difficoltà non scatterà un consistente ammutinamento. È necessario disertare e non alimentare i domini. Va ampliata la consapevolezza popolare sul crescente disciplinamento tecnologico e sulle irrisolvibili contraddizioni del sistema che vengono al pettine. Le autorganizzazioni locali dovrebbero quanto prima rendersi il più autonome possibile dai sistemi industriali, incrinandoli e più realisticamente cercando di farsi trovare pronte nei momenti opportuni. L’esplosione delle crisi tecnocapitaliste, se scateneranno ancor più il “tutti contro tutti”, potrebbero anche farci percepire l’urgenza di una riorganizzazione autonoma della solidarietà. Il bombardamento spettacolare e i requisiti prestazionali a cui la tecnocrazia sottopone i sudditi hanno pesanti ricadute psico-emotive e libidinali. Ciò si rovescia anche contro di essa. Va mantenuta aperta la porta a queste indisponibilità. Anche nella militanza vanno recuperati percorsi di equilibrio interiore. Con molta cautela le dimensioni arcaiche, mitiche e magiche, possono bilanciare quella razionale. I processi di incanto capitalista e disincanto razionalista vanno prima possibile sovvertiti in un radicale disincanto critico e nel vitale reincanto socioecologico e cosmogonico. La priorità politica di ogni seria lotta, collante di movimenti anche molto diversi, dovrebbe essere il completo annullamento delle gerarchie e dipendenze dalla tecnologia e dalla capitalizzazione. È necessario non disperdere le forze su tutti i fronti specifici che il dominio apre di continuo. Le avanguardie del dominio sono situate su fronti strategici in cui non può permettersi di arretrare (biotech, digitalizzazione, militare…). Bisognerebbe concentrare l’attacco su questi e su quelli essenziali per il suo funzionamento (energia e minerali, logistica, telecomunicazioni…). L’eliminazione dei sistemi di dominio dovrebbe accompagnarsi a processi di autorigenerazione non parziali.
L’orizzonte da cercare non è un progetto totale di mondo, ma l’aggregarsi graduale di nuclei abitabili, capaci di sostenere vita, senso e mutualità. Senza paura delle macerie affiorano principi molto generali di autorganizzazione. Che esiste veramente solo nella sperimentazione dove sono eliminati gli ostacoli sistemici o nelle crepe del dominio. Qualsiasi prassi politica che concepisce la realtà come processo di “realizzazione” rimane intrappolata in questa logica: il possibile è già reale e non da realizzare.
Il proporzionamento demografico alla piccola scala è importante ecologicamente e per evitare che si ricreino gerarchie. In un approccio socioecologico il popolamento non è più un tabù culturale. Può essere spontaneamente proporzionato dall’equilibrio dinamico e simbiotico tra comunità e processi naturali di cui essere compartecipi. Le comunità autonome locali fuori dal dominio possono riorganizzare in modi orizzontali tutti gli aspetti sociali. Anche per l’auto-difesa mutuale e l’internazionalismo delle lotte radicali. Non vi è scissione tra ricerca di autonomia vitale e partecipazione alle lotte. Per prevalere sulle macchine del dominio vanno riscoperte e sviluppate alcune fondamentali doti umane. La coerenza po(i)etica e politica è centrale.
Indice generale
Dominio e tecnoscienze
Antropocentrismo, progresso e universalismo
Fondamenti epistemologici delle tecnoscienze
La “comunità” scientifica
La tecnologia è uno strumento di potere e profitto
Guerra e tecnologia sono inscindibili
Magia e ingegneria socio-tecnica
Transumanesimo suprematista
Questioni ecologiche fondamentali
Ecologia tecnoscientifica e nocività
La questione demografica
Devastazioni ecologiche oscurate
Regolazione idro-biologica del clima e riduzionismo
Tecno-soluzioni ai cambiamenti climatici
Bioeconomia ed economia circolare
Crisi e “transizione” industriale
Ritorni estrattivi decrescenti e crisi industriali
Crisi di valorizzazione del tecno-capitalismo
Convergenza cibernetica e rivoluzione 4.0
La transizione impossibile
Il paradosso dell’efficienza
Declino della civilizzazione industriale
Emergenzialismo, eco-autoritarismo e guerra
Catastrofismo “sostenibile” e totalitario
Emergenzialismo perenne e tendenza alla guerra
Modello eco-autoritario di governo
Disciplinamento e coercizione per la guerra interna
Ripercussioni sociali dell’eco-autoritarismo
Guerra neuro-comportamentale
Scenari del declino tecno-capitalista
Inadeguatezza dei movimenti “antagonisti”
Le priorità fuori fuoco
Riformismo
Ecosocialismo e statalismo
Verticalità e collaborazionismo
Accademismo e distanza dal popolo
Dogma ipocrita della non violenza
Identitarismo
Tecnofascismo di destra e di sinistra
Movimenti anti-casta
Prospettive eterodosse di lotta e autonomia
Disertare il dominio tecno-capitalista
Ampliare la consapevolezza
Autorganizzazione e rivolta popolare
Percorsi interiori
All’attacco !
Il possibile è già reale
Riequilibrio socioecologico
Comunità autonome e orizzontali
Autodifesa mutuale e internazionalismo
Conclusione